Una mia amica milanese molto più grande di me (e ci terrei a precisare molto) mi ha spiegato anni fa che il “fuorisalone” è una versione di Milano estremamente interessante e accattivante in cui la città si apre offrendo scorci poetici. Una settimana magica dell’anno in cui luoghi segreti e palazzi antichi aprono le loro corti nascoste allo sguardo di chi sa cercare gli angoli preziosi della città. Una Milano storica e assoluta, meglio di quella di Missiroli.
Così giovedì sera decido che visto che quest’anno mi sono trasferita a Milano, è il mio momento di godermi finalmente la città in qualcosa di suo, di unico, che solo a lei appartiene e che con enorme generosità condivide solo per questa occasione con noi tutti comuni mortali. Sfido la stanchezza di una settimana quasi completa di reparto-ambulatorio-reparto-consulenza-segretariato e qualsiasi cosa il mio incomprensibile orario di lavoro che cambia ogni giorno abbia in serbo per me.
Sfido la stanchezza, il fatto che ho perennemente i capelli sporchi a causa di una sveglia all’alba e che se perdo tempo a lavarli per rendermi più carina e adeguata alla città perderò questo microgrammo di energia e vitalità che ancora mi trattiene dal morire sul divano ed è fatta, esco. Non mangio perché mangerò fuori, lo sanno tutti che al fuorisalone si scrocca cibo e alcol, a quanto pare è noto.
Prendo la metropolitana, che adoro e dalla quale io non scenderei mai, ma scendo a Lanza. Inizio a camminare per imboccare via Tivoli verso Brera e quella che è solitamente una passeggiata che faccio la domenica sera tardi e che di solito mi aiuta a ricentrarmi grazie alla bellezza del luogo attorno a me, mi appare adesso come un inferno di ecopelle e filler collagene. Ci saranno un mezzo miliardo di persone, tutte in condizioni estetiche un po’ esagerate secondo me per l’orario, è poco prima dell’ora di cena, l’ora della merenda sinoira.
Le ragazzine hanno tutte i tacchi alti e il giubbotto di finta pelle a spalla larga marrone. E sono lucidissime.
Le donne di una certa invece sono in sneakers, new balance.
Il caos mi fa già trovare tutto particolarmente odioso, ma resisto pensando che ci sono sia il cibo che l’alcol gratuiti. Mi avvio verso un negozio della De Cecco dove vedo dei mazzi di fiori carinissimi e che non la vuoi prendere amore la trecentesima bag di cotone gratis? Della De Cecco poi? E’ proprio così che dico al mio fidanzato avvicinandomi a dieci centimetri da quella che francamente mi sembra una ragazzina e che trovo radiosa. Una meraviglia uscita direttamente da Troia sotto assedio dai Greci, o meglio dalla versione di film americano colossal di questo. Non credo che le donne greche dell’VIII secolo avanti cristo fossero davvero tanto radiose. E comunque penso che fossero un po’ più pelose almeno. Ad ogni modo, io sono rimasta a “che non la vuoi prendere amore la trecentesima bag di cotone? Della De Cecco?” E anche voi.
E’ lì che la Briseide di Achille, in tacco Miuccia Prada e iPhone 66mila mi saluta dicendomi un ciao calorosissimo. Io, un po’ come il povero Achille, mi innamoro. E soprattutto penso che questa conosca il mio fidanzato, per qualche motivo che associo al San Raffaele. Nella mia testa se hai studiato al San Raffaele allora conosci tutti i milanesi, uno per uno. Io vengo dall’equivalente italiano di Narnia, una piccola città comunista sul mare, questo spiega la mia socievole ingenuità. Penso che Briseide ci conosca e non mi sento gelosa che questa meraviglia della natura, più alta di me di quindici centimetri e con i boccoli meravigliosamente biondi (biondi, non bianchi, cfr) saluti il mio fidanzato perché sono abbacinata dalla sua bellezza e mi sento troppo felice che ci conosca.
La seconda frase dopo il caloroso ciao di Briseide però è una domanda. Avete l’invito? Ave-tel’in -vito? Tre sillabe, come quando entri al ristorante vuoto e ti chiedono preno-ta-to? (Questa è probabilmente un’altra critica distruttiva che dovrei scrivere però in un altro momento). Noi non abbiamo nessun invito.
Briseide non ci conosce.
Per una frazione di secondo odio il mio fidanzato, che cazzo ci è andato a fare al San Raffaele se poi non conosce Briseide.
Alla fine il mio fuorisalone è un gelato due gusti quattro euro al posto della cena. Cinquanta centesimi in più per avere la cialda buona e non quella rotonda plastificata che ha inventato il nonno della mia migliore amica negli anni Quaranta. Che nel Dopoguerra immagino fosse goduriosa, ma nella serata in cui avrei dovuto scroccare, secondo la mia immaginazione, l’uovo fritto di Cracco insieme a fiumi di Dom Perignon ad ogni angolo perché i ricchi avrebbero aperto i loro palazzi al pubblico, ecco diciamo che la cialda buona l’ho pretesa dal mio portafogli.
Brera continuerà sempre e comunque ad avere il mio cuore della domenica sera, quando mi manca il mare e ho bisogno di vedere qualcosa di bello prima di ricominciare la settimana di lavoro. E il prossimo anno mi procurerò un invito per la festa nella tenda di Achille.